Di vino e di jazz (di Paolo Fresu)

Di vino e di jazz (di Paolo Fresu)

fresu 1Una biografia, anche sintetica, di Paolo Fresu occuperebbe troppo spazio: musicista Jazz tra i maggiori contemporanei, trombettista noto in tutto il globo, ha saputo conquistare un pubblico trasversale rispetto a tutte le nazionalità e anche i generi, visto che il suo vastissimo repertorio e le sue innumerevoli collaborazioni l’hanno portato a eseguire brani da standard jazz a etniche, elettroniche o della storia popolare sarda.
Nel 2002, Paolo Fresu dedicò il suo Time in Jazz ai rapporti tra musica e vino, in collaborazione con il Museo del Vino di Berchidda. Per quella stagione, chiamò a presentare due serate del dopofestival, che si svolgeva al Museo del Vino, proprio CantinaJazz, nella persona di Roberto Marangoni (Emiliano Loconsolo era negli USA). Da quel momento è nata una bella e preziosa amicizia che si rinnova con questo contributo che Paolo ci ha inviato: una riflessione personale sui rapporti tra jazz e vino.

 

C’è una ricca iconografia rigorosamente in bianco e nero che rimanda al jazz del secolo passato ritraendone i suoi protagonisti con un bicchiere in mano dentro bui e fumosi club newyorkesi.

E’ nel periodo a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta infatti che gli umori di questa musica sono spesso dipesi dalle droghe e dall’alcool e molti artisti hanno interrotto prematuramente la loro breve esistenza o hanno fortemente compromesso la propria carriera lasciandoci orfani di genialità straordinarie ed inespresse.

C’è tuttavia un’altro feeling che lega questi due mondi così apparentemente contrapposti. Perché quando le distanze convergono non si parla più genericamente di alcolici ma piuttosto di vini, tessendo così un legame basato sul quel senso del gusto che accomuna i due mondi.

Se si pensa ad un “jazz d’annata”, ad esempio, il nostro pensiero va automaticamente ai dischi Kind of Blue di Miles Davis o The Bridge di Sonny Rollins come, per i vini, si potrebbe pensare immediatamente ad un Chateaux Margaux del ’97 o ad un Amarone Reciotto, Alcuni paragonano addirittura, con risultati a volte discutibili, un brano di Duke Ellington o di Glenn Miller ai profumi fruttati di un Cabernet Sauvignon francese piuttosto che a un Siraz australiano e noi ci divertiamo ad inseguire i loro ragionamenti ed il loro gioco raffinato ed ossimoro.

Ebbene, senza prenderci troppo sul serio l’unica cosa che si potrebbe architettare senza incorrere in pericolosi scivolamenti di ‘gusto’ è il provare a dividere il nettare di bacco nelle due famiglie distinte ed autonome dei vini bianchi e rossi. Un po’ come nella comunità newyorkese di un secolo fa divisa anch’essa, in modo fin troppo netto, tra black e white man… Ma allora i rosé dove li collochiamo? Sembrano non poter essere rappresentati in nessuna categoria ma la verità è un’altra. E’ che oggi il jazz non è più solo di New York, di Chicago o di quella New Orleans che il jazz lo ha visto sbocciare. Il jazz è finalmente una musica universale che oggi suonano i bianchi, i neri, i rossi, i gialli ed anche… i rosé!

Il jazz è oggi come il vino: non si produce solo in Italia, Francia e Spagna ma anche nella mite California, in Colorado piuttosto che in Australia, nelle rigogliose valli coltivate da Stellenbosch o Franschhoek a Cape Town piuttosto che in Cile o in Argentina.

Vino e jazz dunque sono in sintonia ed inseguono lo stesso percorso storico e creativo. Sono mondi universali oggi difficilmente collocabili che parlano una lingua senza geografie: quella del suono e del gusto. Del saveur e del goût, come si direbbe in Francia, e del taste o del flavour a Londra o a Los Angeles facendoci ritrovare tutti d’accordo sui pochi denominatori comuni: lo swing e l’armonia dell’aroma per il palato e per le orecchie. In una unica parola: la poesia che emoziona!

Ma è anche la storia a darci ragione: perché se la vite è mediterranea ed è stata importata da Cristoforo Colombo negli Stati Uniti oggi in Europa si rimpianta la barbatella americana a causa della terribile filossera, un micidiale afide che arrivò in Francia proprio dallo stesso paese di oltreoceano nel 1869 trasportato nelle stive dei battelli a vapore e che si diffuse terribilmente in tutto il Continente fino a distruggerne la maggiore parte delle piante.

E’ come che ci sia stato un rimbalzo che ha viaggiato con i carichi pieni di speranze. Quelle dei primi uomini migranti del quindicesimo secolo fino ai nuovi viaggiatori del ‘900 i quali  approdavano, per passare la quarantena obbligatoria nell’avamposto della Grande Mela, nella piccola isola di Ellis Island arrivandoci magari con il piroscafo Principe di Piemonte da Napoli come è stato per il mio antenato Paolo Fresu il cui nome è stato ritrovato negli immensi archivi della Ellis Island Foundation di New York. Provenienza “Birchiddu”, era stato annotato erroneamente nel suo dossier da qualche impiegato distratto o poco esperto di italiano (o di sardo!?!), e chissà se questo uomo poco più che ventenne conobbe il primo jazz nel lontano 1922!

Il percorso della vite incarna dunque la migliore metafora del jazz, stile musicale nato dall’incontro in terra d’America tra cultura africana ed europea e sbarcato successivamente, durante la seconda guerra mondiale, in Europa per attecchire subito a Parigi, Londra, Berlino o Roma diffondendosi capillarmente al punto da spostare in pochi decenni il baricentro dell’interesse e della creatività in Europa, in Giappone e poi in numerosi altri paesi del mondo.

E allora può essere il jazz come il buon vino strutturato e tanninico? Certo, perché più invecchia e più è amabile ma, come nella moderna filosofia vinicola, si avverte la necessità di innestare il vecchio per sposarlo con le nuove tecniche di produzione ottenendo così prodotti innovativi ed affinando ed incentivando la produzione.

Percorsi innovativi tali da poter essere paragonati alla contemporaneità della musica? O piuttosto barricati di originalità e sperimentazione?

Ad ognuno il proprio senso del gusto. La propria capacità di saper ‘sentire’ il soave e poetico suono del vino alla scoperta di un “armonico colore” dietro il quale si cela passione, conoscenza e amore per le cose belle della vita.